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"Una foto non si scatta, si crea". 
Ansel Adams

Nel contesto dell’universo artistico, negli anni è stata definita una classificazione per riordinare ogni singola arte. Durante il periodo greco fu creato un raggruppamento delle attività umane che avevano uno stretto legame con i sensi umani. Ed è proprio a partire da questa categorizzazione che è nata la suddivisione di quelle che i greci chiamavano le “τεχνή” (techné)

Fu nel 1938, circa 100 anni dopo la sua nascita, che la fotografia è entrata nella categoria delle arti, posizionandosi all’ottavo posto insieme alle altre arti mediatiche come la radio e la televisione. 

Se negli anni la fotografia è riuscita a rientrare a pieno titolo nella classificazione delle arti è perché, come dichiarato da Ansel Adams, il potere di una fotografia non risiede nello scatto in sé per sé ma nell’arte creativa che c’è dietro. 

Una fotografia, infatti, va creata in ogni suo minimo aspetto: dalla luce, ai colori, dalla messa a fuoco all’inquadratura. Per ottenere una foto ben scattata, quindi, è necessario regolare e tenere sotto controllo diversi aspetti, dei quali, i più importanti appartengono al cosiddetto “triangolo dell’esposizione”. 

Il triangolo dell’esposizione: che cos’è?

Quando si parla di “Triangolo dell’esposizione” ci si riferisce ai tre elementi fondamentali che ci consentono di gestire e regolare la luce e come interagisce con il sensore: 

  • tempi di esposizione;
  • apertura del diaframma;
  • ISO. 

Come già abbiamo visto nell’articolo sull’istogramma fotografico, il valore principale attorno al quale ruota la riuscita di ogni scatto è l’esposizione fotografica. Essendo la fotografia il risultato dell’interazione tra la luce, il nostro occhio e l’apparecchio fotografico, nasce la necessità di regolare i singoli parametri fondamentali per controllare l’esposizione di una foto

Ma perché si chiama “triangolo”? L’appellativo nasce dalla triade che si viene a formare unendo questi tre elementi i quali, sostanzialmente, non fanno che creare gli angoli del triangolo. Si tratta di tre elementi strettamente legati tra loro: non è possibile, infatti, interagire con uno solo di questi senza interferire anche con gli altri due e compromettere così il risultato finale dello scatto. 

A cosa serve il triangolo dell’esposizione?

Diciamo che il triangolo dell’esposizione serve soprattutto ad aiutarci nei momenti in cui nasce la necessità di dominare il fattore luce. È possibile, infatti, che ci capitino situazioni in cui non basta impostare la modalità “automatica” sulla nostra macchina fotografica. È proprio in queste situazioni che giocare con il triangolo dell’esposizione ci aiuta a cavarcela facendoci regolare ogni singolo parametro per ottenere le giuste proporzioni. 

In questo modo, per dominare la luce basta impostare i tempi di scatto, il rapporto focale e la sensibilità ISO del sensore. Questi parametri si influenzano vicendevolmente e devono essere impostati nella maniera più opportuna per:

  • ottenere una foto correttamente esposta;
  • ottenere gli effetti artistici desiderati.
triangolo dell'esposizione
Fig. 1 La figura mostra quali sono gli effetti delle differenti combinazioni di diaframma, tempo di scatto e sensibilità ISO. Regolare questi tre parametri in base a ciò che vogliamo mostrare ci permette di ottenere l’effetto artistico desiderato tenendo sempre a mente che la foto deve rimanere correttamente esposta.

A questo punto, cerchiamo di chiarire, almeno a grandi linee, ogni singolo valore del triangolo dell’esposizione, quale ruolo hanno nel risultato finale delle fotografie e come impostarli durante lo scatto. 

Quanto è importante l’esposizione fotografica?

Per ogni parametro, nei nostri prossimi appuntamenti effettueremo articoli ad hoc focalizzati prettamente sull’argomento. In questo articolo cercheremo, senza scendere troppo nello specifico, di offrire un’infarinatura affinché si chiarisca meglio l’argomento affrontato sul triangolo dell’esposizione.

Per iniziare, bisogna specificare che l’esposizione non è altro il valore che ci indica quanta luce è passata attraverso il nostro sensore fotografico in un dato intervallo di tempo. Il suo valore si misura in EV (Exposure Value) e dipende appunto da come vengono impostati i tempi di esposizione, da quanto venga aperto o chiuso il diaframma e dalla sensibilità ISO.

Tempi di esposizione 

Con il termine “tempi di esposizione”, bisogna non fare confusione con l’esposizione stessa. Per quanto possano sembrare simili, i due termini indicano cose differenti. I tempi di esposizione sono dei parametri dell’esposizione in generale che servono a indicare per quanto tempo l’otturatore rimane aperto: più è ampio questo intervallo di tempo, più raggi solari/luce arrivano al sensore e viceversa. 

Questi tempi di apertura e chiusura vengono chiamati anche “velocità dell’otturatore” e vengono misurati in secondi. Si parte da 1 secondo (rappresentato in questo modo → 1”) fino ad arrivare a 30” e oltre (i tempi più lunghi di apertura dell’otturatore necessari quando si vuole far entrare più luce o quando si vogliono fotografare scie di luci o d’acqua). Per chi, invece, ha necessità di impostare tempi più rapidi, far entrare meno luce e fare scatti veloci, si parla di “frazioni di secondo” che possono arrivare addirittura fino a 1/8000 di secondo

Apertura del diaframma

Quando si parla di diaframma ci si riferisce a quel sistema fotografico, all’interno di qualsiasi macchina fotografica digitale, composto da tante lamelle a ventaglio/raggiera che, dilatandosi o richiudendosi su se stesse, hanno lo scopo di modificare la quantità di luce che arriva a colpire il sensore. 

Proprio come con l’otturatore, più è grande l’apertura del diaframma, più luce entrerà ma il calcolo è leggermente diverso. Il valore di quest’apertura si misura in f-stop e segue la progressione della radice quadrata di 2: f/1.4, f/2, f/2.8, f/4, f/5.6, f/8, f/11, f/16, f/22, f/32, f/64. Più aumenta il numero dell’apertura, più questa diminuisce e la quantità di luce che passa attraverso si dimezza. In poche parole, man mano che il numero diminuisce, l’apertura aumenta. 

Inoltre, la “f” sta a indicare il rapporto focale, valore che influenza anche la “profondità di campo” (PdC). Più il valore numerico del rapporto focale è basso, più il diaframma è aperto e più lo sfondo della nostra fotografia sarà sfocato. Al contrario, più il numero di stop sarà elevato, più il diaframma sarà chiuso e più lo sfondo sarà messo a fuoco come tutti gli altri soggetti più in primo piano. 

profondità di campo - triangolo dell'esposizione

ISO

Quando invece si parla di ISO (“International Organization of Standardization” cioè “Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione”), si intende la sensibilità del sensore della macchina fotografica in rapporto alla luce. Molto semplicemente si regolano gli ISO nel momento in cui non si riesce a gestire la luce solamente con i tempi di esposizione e con il diaframma. 

I valori ISO sono ordinati in una scala in cui la sensibilità cresce raddoppiandosi. Si parte da 25 e si prosegue con 50, 100, 200, 400, 800, 1600, 3200, 6400, 12800 e così via. Più il valore ISO sarà alto, più aumenterà la sensibilità durante lo scatto. Negli ambienti più luminosi bastano anche 100 o 200 ISO. Negli ambienti più bui, invece, potrebbe diventare necessario anche impostare la macchina dai 3200 in su. 

Tuttavia, questa impostazione si usa come ultima spiaggia all’interno del triangolo dell’esposizione. Questo perché, aumentando la sensibilità ISO si agisce anche sul segnale elettrico dei fotodiodi del sensore, il quale segnale, aumentando, crea un disturbo chiamato “rumore digitale”

ISO nel triangolo dell'esposizione
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